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BAMBINI E SPORT

Ambulatorio pediatrico. Visita di controllo.
Ragazzino di 10 anni e mezzo, che chiameremo Enrico. Ad una preliminare e sommaria "occhiata" clinica è in sovrappeso. Dopo un'accurata visita e numeri alla mano emerge un dato più preciso e un po'impietoso: Bmi ( indice di massa corporea ) di 24.
Il Bmi, cioè "body mass index" nonché "indice di massa corporea", è un parametro che mettendo in relazione peso, statura ed età permette di definire ciascun individuo come sottopeso, normopeso, sovrappeso o obeso.
Con un bmi di 24 Enrico è per definizione obeso. Controllo la cartella clinica: l'anno prima il bmi era 21, semplice sovrappeso.
"Come va la scuola, Enrico? Che classe fai?"
"Prima media…." risponde lui, esitando con un sorriso un po' imbarazzato, di quelli che fanno male a vedersi sul viso degli adulti, figuriamoci su quello di un ragazzino.
"Va proprio un po'male...", aggiunge la mamma.
"Cosa fai nel tempo libero?"
"Mah.., niente..", dice Enrico.
"Guarda la tele e gioca alla play station", incalza la mamma.
"E intanto mangi?", domando.
"Pasticcia più che altro", risponde di nuovo la mamma.
"Pratichi uno sport, Enrico? Quale ti piace?"
"Il calcio…", risponde lui, arrossendo un po'.
A questo punto interviene il papà, fino a quel momento in silenzio: "Sì, guardiamo le partite in tv insieme a volte. In realtà Enrico aveva anche cominciato a praticarlo, l'avevo portato in una società sportiva di un comune qui vicino, ma dopo poco tempo ha voluto smettere."
"Perché?", indago.
"Mah, non si è trovato molto bene con i compagni di squadra, durante gli allenamenti veniva un po' preso in giro in quanto un po' "imbranato", non si è ben inserito, non giocava mai la domenica.
L'allenatore ci ha fatto capire abbastanza chiaramente che non avrebbe giocato: ci aveva persino scoraggiato ad acquistare la borsa e la tuta della squadra, definendola una spesa inutile".
"Una spesa inutile..??!"

Da pediatra, in studio, mi capita con una certa frequenza di assistere a situazioni come questa.
Difficile non avere un'emozione, ricordando il mio poco glorioso,ma gratificante passato di sportivo.
Provo a convincere Enrico che, al di là di questa sua esperienza negativa, sono convinto che gli farebbe bene praticare attività fisica e perdere un po'di chili, invece di cadere in una sorta di ipnosi cibo-televisiva.
E dunque ,giù uno spiegone sui benefici derivanti da una pratica sportiva sul piano della salute psico-fisica, dell'autostima, delle relazioni sociali e del divertimento puro, fine a se stesso.
Dato che noi tutti conosciamo questi benefici, cerchiamo di inserirli nella nostra ormai inesorabilmente frenetica vita di adulti e, a vario titolo, essendo genitori, educatori, insegnanti, allenatori, medici, nella vita dei bambini.
Un ragazzino un po' triste nell'età della gioia, mi fa un po' pensare..
Un tempo era prevalentemente all'oratorio o in mezzo a un prato o per strada che si cominciava a fare sport, oggi sono le Società Sportive, a cui vengono affidati per ore durante la settimana i nostri figli, ad avere questo ruolo.
Vere e proprie fucine di campioncini, enormi baby-sitter strutturate e travestite da templi dello sport,esse dovrebbero essere sopratutto luoghi dove un bambino (penso ai tesseramenti fin dall'età di sei anni) abbia un'ottima opportunità di formarsi e di crescere come atleta, ma soprattutto di trasformarsi in un uomo adulto.
Perché ciò avvenga, all'interno delle Società Sportive deve nascere e svilupparsi un atteggiamento culturale che metta in primo piano il bambino e la sua crescita psico-fisica, è necessario che vi sia da parte di allenatori, preparatori, dirigenti,la consapevolezza di avere un ruolo di grande rilievo sullo sviluppo e la formazione di nuove generazioni (di atleti forse, di uomini sicuramente) ,proprio perché lo sport è un'attività che tocca fortemente il bambino sul piano emotivo e passionale.
Dati statistici fanno emergere che nel calcio ad esempio, 1 solo tesserato su 33000 svolgerà un'attività professionistica in serie A o B.
A lui e a tutti gli altri è comunque richiesto di diventare sicuramente adulti che funzionano, che prendono decisioni, che avranno responsabilità.
Il carisma con cui un allenatore, per esempio, invita a seguire uno schema alimentare adeguato all'età e all'attività sportiva praticata, che poi non si discosta molto da quello corretto in assoluto per ogni bambino, può essere molto efficace per convincere il piccolo atleta a seguirlo, sicuramente più di quello esercitato da un pediatra o da un genitore.
Succede anche che un allenatore abbia una funzione decisiva per la motivazione di ragazzini che hanno smarrito la voglia di impegnarsi a scuola e di studiare.
Più volte mi è capitato, durante il mio lavoro, di vedere piccoli pazienti a disagio, con un calo dell'autostima, con difficoltà relazionali e calo della performance scolastica, con disturbi da somatizzazione, magari in sovrappeso come Enrico, abbattersi ancora di più e isolarsi dal resto del gruppo di amici, dopo esperienze negative patite in ambito sportivo.
A questi soggetti si dovrebbe prestare maggior attenzione, incoraggiandoli ed evitando, con un po' di accortezza, precoci e pericolosi abbandoni della pratica di attività fisica.
Abbandoni dei quali, in senso opposto, è frequentemente causa un eccessivo agonismo e una "spremitura" psicologica del giovane atleta.
"Il bambino ha diritto a non essere un campione", lo trovo scritto nella "Carta dei diritti del ragazzo nello sport" redatta e diffusa dal Panathlon International; a far prevalere l'aspetto ludico, ricreativo, formativo e socializzante, senza trascurare una sana dose di agonismo e competitività, utilissimi nella vita che lo attende, siano dunque allenatori e famiglie.
Un sondaggio effettuato in scuole medie inferiori evidenzia che su 1200 intervistati, il 77% pratica sport solo con desiderio di affermazione ed è disposto a ricorrere alla violenza, e a fare a botte pur di vincere.
Possiamo istituire il biglietto nominale e costruire decine di tornelli negli stadi per avere maggiori controlli di sicurezza, ma in fondo la vera scommessa è quella di provare a cambiare la cultura di chi pratica e di chi insegna sport a tutti i livelli. Gli episodi di intolleranza, di violenza verbale e psicologica che si svolgono settimanalmente nelle competizioni minori sono innumerevoli e forse non ben noti, la cronaca ci riporta i fatti di Catania -eclatanti-, ma ogni domenica nei palazzetti e sui campi di calcio ci sono genitori che si insultano tra di loro davanti ai figli e dirigenti che si scagliano contro gli arbitri.
E'sulla costruzione di una mentalità diversa che si devono investire cervelli e risorse.

I ruoli specifici che in questo campo competono ad un pediatra sono quelli di:
- contribuire (con la scuola) a indurre il bambino e la famiglia alla pratica di un'attività sportiva;
- affiancare il bambino e la famiglia nella scelta di tale attività, tenendo anche conto delle caratteristiche fisiche del soggetto e di eventuali (rare) controindicazioni;
- seguire il bambino che pratica uno sport anche durante l'anno, al di là della certificazione di idoneità sportiva;
- indicare il corretto schema alimentare durante la settimana, e prima e dopo la gara;
- curare e se possibile prevenire patologie traumatiche e da sovraccarico funzionale quali distorsioni, tendiniti, etc., contribuendo a limitare l'insorgenza di patologie croniche articolari in età adulta dovute ad una pratica inadeguata di attività sportiva, condizione sempre più d'attualità nei 40-60enni attuali (gli americani la definiscono come 'sindrome dei baby-boomers', che colpisce i nati tra il 1940 e il 1960, periodo di grande espansione demografica );
- gestire le richieste frequenti di integratori, vitamine e contribuire a rafforzare una giusta immagine della pratica sportiva, sottolineando la necessità di prendere le dovute distanze dal doping;
- affiancare il bambino che fa sport e la famiglia nelle situazioni di particolare disagio psico-fisico, indicando l'eventuale necessità di interventi specialistici.


In linguaggio medico si chiamano endorfine, sono quelle sostanze prodotte dal nostro organismo in varie situazioni piacevoli, responsabili anche di quella sensazione di benessere che si ha dopo aver praticato attività fisica.
Immaginate per un attimo se le decisioni che cambiano i destini del mondo, venissero sempre prese da esseri umani che hanno appena finito di fare un giro in bici, una corsa o una nuotata, o che si apprestano a scendere in campo…per giocare al meglio la loro partita.



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